di Nicola Tiepolo - Libero 08/02/2008
...«I fatti non cessano di esistere perché vengono ignorati»: così scriveva il romanziere inglese Aldous Huxley. Ed è questa frase che si trova all 'inizio di una bella mostra dedicata alle foibe che viene inaugurata sabato (oggi) a Brescia (apertura al pubblico dal giorno seguente): "Foibe/esodo. Una storia negata", curata dallo storico, e collaboratore di libero, Roberto Chiarini, visitabile fino all'8 marzo.
Che le foibe siano state per lungo tempo ignorate quale parte integrante della storia d'Italia ci sono pochi dubbi, e le polemiche che hanno accompagnato l'istituzione della Giornata del Ricordo (che si celebra appunto domenica) mostrano come si tratti di un nervo ancora per molti scoperto.
Indicare coordinte e dimensioni del fenomeno può allora essere utile. Le foibe sono profonde cavità nel terreno carsico che i partigiani titini utilizzarono per eliminare un gran numero di oppositori politici o presunti tali negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale e nei mesi successivi alla liberazione. I racconti di oggi rendono ragione solo fino a un certo punto dell'orrore di allora.
Esecuzioni sommarie degli avversari politici
In alcuni casi le foibe venivano utilizzate per occultare i cadaveri di chi era stato sommariamente giustiziato, ma spesso le vittime venivano gettate vive all'interno della foiba, a volte legate le une con le altre, e in fondo alla foiba trovavano la loro fine dopo terribili sofferenze. Capitava che le vittime agonizzassero per giorni interi, legate ai cadaveri dei congiunti. .
Secondo le stime più prudenti, con questo sistema furono soppresse cjrca 5 mila persone (ma piu’ probabilmente la cifra esatta è di oltre 20 mila), prevalentemente in duè periodi differenti: il primo immediatamente dopo l'8 settembre 1943, nel vuoto di potere determinato dal crollo dello Stato italiano seguito all'armistizio e riempito dal movimento. di liberazione jugoslavo; il secondo dopo la liberazione, quando per alcuni mesi le truppe di Tito occuparono gran parte della Venezia Giulia.
A essere inghiottiti dalle foibe non furono solo fascisti ed ex fascisti, ma tutti coloro che in un modo o nell'altro si opponevano o avrebbero potuto opporsi all'instaurazione del regime comunista jugoslavo nella regione. In molti casi l'unica colpa era quella di essere italiani. In alcuni casi furono presi di mira anche membri del movimento partigiano italiano, colpevoli, a differenza dei comunisti nostrani, di non volersi allineare alla posizioni titine.
Per lungo tempo di tutto ciò si è saputo poco o nulla: pesava il silenzio interessato dei comunisti italiani, e pesava anche la necessità di mantenere buoni rapporti con la vicina Jugoslavia.
Solo nella seconda metà degli anni Novanta si sono potuti celebrare alcuni processi, peraltro in gran parte finiti nel nulla, a carico di ex partigiani italiani e titini. Puntuali sono arrivate le polemiche sul "revisionismo", sugli "attacchi alla resistenza", sull'uso "politico della storia in chiave anticomunista".
Le idiozie politiche e storiografiche dei numerosi che ancora oggi minimizzano le dimensioni del massacro delle foibe o accusano di fascismo chi si azzarda a richiamarne alla memoria la storia non necessitano particolari commenti: la longevità di certi rottami ideologici che ci portiamo dietro dal secolo scorso ha smesso di stupire i più.
Le più colpose contestazioni a questa rinnovata consapevolezza su una grande tragedia nazionale si sono piuttosto fatte forti di un diverso tipo di argomentazione, ossia della asserita necessità di contestualizzare il dramma, ricordando 1a repressione fascista delle minoranze slave che ne fu l'antefatto.
L' osservazione è interessante e merita una riflessione, perché permette di mettere in luce quello che è il vero motivo per il quale vale la pena osservare una "giornata del ricordo" per le stragi compiute dai titini. Le foibe non furono infatti una mera reazione, fosse anche sproporzionata, a una violenza precedentemente perpetuata. Non furono solo un caso, tra i tanti, degli scontri che da quando è nato il mondo dividono tra loro gruppi etnici e nazionali.
L' eliminazione di tutto ciò che è italiano
Come riconobbe la commissione storica italo-slovena nel 2001, tali avvenimenti si verificarono sì «in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e la guerra», ma appaiono in larga misura «il frutto di un progetto politico preordinato in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo Stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l' animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani» .
Si è trattato in questo senso di un fenomeno prettamente novecentesco, di utilizzo della violenza per il perseguimento di un progetto politico, della disumanizzazione totale dell'avversario, della pretesa di poterlo eliminare in nome di un superiore interesse della storia: totalitarlsmi di destra e di sinistra, in questo senso, trovano un terribile punto di convergenza.
Su questo piano la conservazione della memoria appare un lavoro quanto mai opportuno, e la celebrazione di una giornata del ricordo doverosa. Un lavoro opportuno perché l'impressione prevalente è che solo in alcuni casi la riflessione sul “secolo dei genocidi” sia arrivata a indagare le radici profonde dell' esplodere della violenza totalitaria, di destra e di sinistra, che ha insanguinato il Novecento.
Il tabù sulla violenza comunista
Nel dibattito pubblico italiano, ma non solo, a una riflessione sulla natura di questa malattia morale si è preferita una generica condanna di forme politiche intollerabili, di cui ci si è rifiutati di analizzare le radici, forse per timore che quelle stesse radici si potessero ritrovare sotto bandiere di altro colore. Con la duplice conseguenza che il sacrosanto rifiuto della violenza politica generata dal fascismo rischia di rimanere a un livello che è in parte solo quello del politically correct, mentre quello della violenza comunista stenta ad affermarsi nelle coscienze.
Quanto questo tipo di memoria sia attrezzata a respingere in futuro le nuove forme con le quali la violenza politica potrà presentarsi, è tutto da vedere.
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